Che cos'è il Soil washing

Il termine “soil washing”, che significa “trattamento di lavaggio dei terreni”, indica tutti i processi di trattamento appunto intrapresi per bonificare terreni e zone contaminate, di solito aree industriali dismesse, raffinerie, ecc…  ossia tutte quelle aree in cui parti del terreno non sono compatibili con la vita a causa della presenza di tante sostanze chimiche, tossiche, radioattive. Questo inquinamento può passare anche alle falde acquifere e ai corsi d’acqua e causare disastri ambientali.

I terreni inquinati possono però essere riqualificati grazie alla loro bonifica. Questa, secondo quanto previsto dal Testo Unico Ambientale (D.Lgs. 152/2006), è “l’insieme degli interventi atti ad eliminare le fonti di inquinamento/le sostanze inquinanti o a ridurre le concentrazioni delle stesse presenti nel suolo, nel sottosuolo e nelle acque sotterranee ad un livello inferiore alle Concentrazioni Soglia di Rischio (CSR)/Contaminazione (CSC)”. Lo stesso decreto legislativo prevede che quando la concentrazione delle sostanze contaminanti supera la concentrazione massima ammissibile, valutate tramite l’analisi di rischio sanitaria, il terreno debba essere bonificato.

La scelta della tipologia di intervento viene effettuata sia in base al grado di contaminazione, sia in base all’eventuale utilizzo dell’area successiva ai lavori di bonifica. L’intervento del “soil washing”  può avvenire sul posto (in-situ) senza necessaria movimentazione del suolo e mira a ridurre i costi di smaltimento del materiale terroso contaminato, riducendo l’esigenza di nuove cave e discariche e a recuperare le frazioni pregiate presenti in esso (ghiaia, ghiaino, sabbia, compost, metalli, etc…) così da reintrodurle sul mercato in un’ottica di economia circolare (aggregati riciclati). 

A inquinare il terreno possono essere le seguenti sostanze:

  • benzene, toluene, xilene, etilbenzene.
  • idrocarburi clorurati, idrocarburi policiclici aromatici.
  • oli minerali.
  • fenoli, policlorobifenili.
  • diossine, cianuri.
  • metalli pesanti.

Gli impianti di soil washing (https://www.baioni.it/soil-washing/) sono quelli che permettono di veicolare le sostanze inquinanti presenti nei terreni, trasferendole, attraverso le particelle più fini (limi, argille), dalla fase solida alla fase liquida e consentendo così il recupero della frazione inerte con granulometria maggiore (sabbie e ghiaie).

Al termine del processo di lavaggio e selezione infatti si ottengono i seguenti prodotti interamente riciclabili: 70-80% di sabbie e ghiaie per impiego edilizio, 5-10% di frazioni organiche trasformabili in compost.

Le fasi principali del Soil Washing: quali sono?

Quello del soil washing è un procedimento molto complesso e caratterizzato da una serie di operazioni specifiche.

Si inizia con la fase di caratterizzazione che prevede un’accurata analisi ambientale. La raccolta preliminare di dati avviene attraverso campionamenti e analisi chimiche su terreno e acque sotterranee o superficiali “in situ”, e la successiva ricerca in laboratorio dei parametri di contaminazione.

Poi avviene la fase di rimozione dei contaminati per effetto di due meccanismi: uno meccanico attraverso la disgregazione degli agglomerati eventualmente presenti nel terreno e la liberazione in sospensione nel liquido estraente delle particelle contaminante; l’altro chimico-fisico attraverso la concentrazione ed eventuale dispersione dei contaminanti nel liquido di estrazione sotto forma di particelle sospese.

Le principali fasi del processo di Soil Washing sono:

  • Pretrattamento del terreno contaminato.
  • Lavaggio ed estrazione dei contaminanti.
  • Separazione delle fasi (liquido estraente/terreno).
  • Post-trattamento del terreno.
  • Depurazione dell’agente estraente, e conseguente reimmissione nel ciclo di estrazione.

Impianto di soil washing: quali macchinari lo compongono

Un impianto di soil washing completo è composto dai seguenti macchinari:

  • Alimentatori: orientano e alimentano il flusso del materiale a valle.
  • Vagli vibranti con lavaggio: il terreno contaminato viene sottoposto a un energico lavaggio e i contaminanti iniziano a separarsi dalla matrice grossolana del terreno.
  • Sfangatrici a tamburo: macchinari specifici che trattano materiale eccessivamente argilloso e contaminato, effettuano un’energica azione meccanica di disgregazione, abbinata a un lungo tempo di ammollo e un’efficace azione di lavaggio con acqua in contro corrente.
  • Idrocicloni: hanno il compito di recuperare le sabbie dai limi e dalle argille.
  • Celle di attrizione: macchine dotate di pale giranti e rivestite in materiali antiusura che hanno la funzione di rimuovere per attirito gli inquinanti dalle sabbie già lavate.
  • Impianto trattamento acque: sono apparecchiature molto sofisticate che chiarificano e puliscono circa il 90% dell’acqua sottoposta a lavorazione. Infatti, i chiarificatori sedimentatori dinamici effettuano la separazione della parte solida (fanghi) depositata sul fondo e la parte liquida (acque surnatanti chiare). I fanghi sono trasferiti alla vasca di omogenizzazione per essere successivamente inviati all’impianto di disidratazione meccanica. Il surnatante va al serbatoio di accumulo per essere riutilizzato in circuito chiuso.
  • Centrifughe decanter: sono macchinari che provocano un processo di disidratazione dei fanghi volto a consentire di estratte percentuali sempre maggiori di acqua rispetto alla quantità di fanghi disidratati. Grazie a questo risultato, il risparmio sulle spese di smaltimento e trasporto delle parti residui di tutto il procedimento sarà veramente notevole.